bell notificationshomepageloginedit profileclubsdmBox

Read Ebook: La famiglia Bonifazio; racconto by Caccianiga Antonio

More about this book

Font size:

Background color:

Text color:

Add to tbrJar First Page Next Page

Ebook has 1573 lines and 75429 words, and 32 pages

LA FAMIGLIA BONIFAZIO

This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.

LA FAMIGLIA BONIFAZIO

RACCONTO DI ANTONIO CACCIANIGA

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1886.

Milano. Tip. Treves.

INDICE

Il capitano Bonifazio e il maestro Zecchini erano sempre insieme, ma non andavano mai d'accordo. Il primo era un uomo d'azione e non da ciarle; ligio alla disciplina militare si era abituato ad obbedire ciecamente; il secondo avvezzo alla cattedra voleva sempre ragionare a diritto o a torto, come faceva alla scuola. Egli la pretendeva a filosofo, e amava la discussione; l'altro si schermiva girando la posizione con tattica; come nelle evoluzioni militari.

Ogni giorno alla stessa ora andavano a fare la passeggiata per le strade pi? remote e tortuose dei campi. Il capitano serio e silenzioso, il maestro col sorriso sarcastico sulle labbra, coll'idea fissa nel principio fondamentale d'una sua particolare filosofia, che soleva riassumere in queste poche parole:--l'uomo ? un asino. Egli difendeva questa teoria a spada tratta ad ogni occasione, e colla storia alla mano, cominciando a citare la condotta di Adamo nel paradiso terrestre, e proseguendo coll'esame di tutte le vicende umane, dalla pi? remota antichit? fino ai nostri giorni.--Leggete la storia, egli ripeteva sovente, non troverete che sommissioni di popoli intieri alle violenze d'un solo individuo, o di pochi; non vedrete che guerre, stragi, menzogne, utopie delle quali gli uomini furono vittime. I selvaggi hanno un capo che li comanda; in tutte le antiche nazioni si trova la schiavit?, questa degradazione dello stato umano; e perfino i popoli moderni, i cittadini che si credono liberi, portano sulle spalle un tal peso di obblighi e di tasse, che supera di gran lunga la soma del grano portata dall'asino del mugnaio.

I potenti, i padroni, quelli che mettono il basto e la cavezza agli altri, hanno mandato alla tortura la scienza, hanno arsa sul rogo la ragione, hanno condannata al patibolo la giustizia e la verit?. E quegli stessi che si credono superiori e indipendenti dalle potenze della terra sono schiavi delle loro passioni, sono vittime dell'amore e dell'odio, dell'avidit? o dell'orgoglio. L'uomo ? un asino! nessuno eccettuato, e non vi sar? mai possibile di provarmi il contrario.

--Voi avete sempre vissuto in questo villaggio, come un ragno nel buco; io ho girato il mondo a tappe militari, ho vissuto nelle grandi capitali, ho ammirato le meraviglie del genio umano, e la vostra assurda teoria mi fa ridere di compassione.

--Voi mi parlate di eccezioni, le quali non fanno che confermare la regola, gli rispondeva il maestro. L'uomo di genio ? tanto raro quanto l'uomo felice. Conoscete la storiella della camicia dell'uomo felice? Si voleva trovare questa camicia, e pagarla a qualunque prezzo. Si and? a cercarla in tutti i paesi della terra, la difficolt? pareva insormontabile, quando finalmente si ? trovato l'uomo felice.... ma era senza camicia!...

--Voi uscite dall'argomento. Ritorniamo alla vostra assurda teoria. Io non avrei che a snocciolarvi una lunga filza di genii per vedere se avreste il coraggio di trattarli da asini; ma mi baster? citarvene uno solo;--e cos? dicendo, il capitano Bonifazio si tolse la pipa dalla bocca, si lev? il cappello, alz? la testa, e sfolgorando il compagno cogli occhi scintillanti, esclam? imperiosamente:--Ditemi se Napoleone il grande fu un asino?...

Il maestro pareva esitante, il capitano alz? il bastone in atto di minaccia, l'altro ebbe paura di quell'argomento perentorio e rispose in fretta:

--? un'eccezione!... un'eccezione!

Il capitano si calm?, fecero qualche passo in silenzio, poi il maestro tirandosi alquanto in disparte, soggiunse:

--Napoleone ? un'eccezione!... tuttavia....

--Tuttavia?...

--Ma s?, tuttavia, dopo d'aver conquistata quasi intieramente l'Europa, ha tutto perduto, ed ? andato a morire prigioniero, sopra uno scoglio in mezzo dell'oceano!

La bomba era slanciata, e and? a colpire la lingua del capitano che rest? morta sul colpo. Per salvare il resto dovette raccogliere tutte le sue forze disperse, e quel giorno non parlarono pi? della teoria prediletta del maestro.

Il capitano Bonifazio aveva militato sotto Napoleone, ed era uno dei pochi reduci della catastrofe della Beresina. Testimonio dell'eroismo degli Italiani nelle guerre del primo regno d'Italia non poteva rassegnarsi alla dominazione austriaca, e viveva ritirato in campagna, per non vedere i Tedeschi, ed anche per incontrare il meno che fosse possibile i suoi compatriotti che disprezzava per la pecoraggine colla quale subivano il giogo straniero.

Il maestro Zecchini era figlio d'un ricco signore, il quale dopo di aver consumato quasi tutto l'avito censo, era morto lasciandolo povero, e con una educazione incompleta, per cui fu costretto di fare il maestro comunale per vivere. Dallo sfacello della sostanza paterna si era salvata una fattoria, con pochi campi annessi, che divennero il domicilio stabile del maestro, della cui modica rendita viveva, colla giunta d'un misero stipendio.

Il capitano aveva ereditato dalla sua famiglia parecchie buone terre ed una bella villa signorile, nello stesso villaggio del maestro, vicino a Treviso, nella pianura lodata fino dai tempi antichi che ha per orizzonte le cime nevose delle Alpi, e una verde cintura di colline sparse di castelli, d'abazie a di villaggi.

Erano diventati entrambi agricoltori per forza; uno avrebbe preferito il mestiere delle armi l'altro i piaceri della citt?, ma i casi della vita li avevano costretti a rinunziare ai loro gusti e a ritirarsi in campagna. L'amore dei campi venne pi? tardi, dopo la lunga consuetudine, dopo le attrattive della natura e la necessit? del lavoro. Il suolo coltivato attira il coltivatore il quale vi si fissa, come l'albero colle radici.

Il capitano visse i primi anni nella solitudine; dopo lo sbalordimento delle guerre napoleoniche, dopo le prove ardimentose de' suoi commilitoni, dopo i gloriosi fatti d'armi che onorarono gl'Italiani in varie parti d'Europa, egli si trovava sorpreso ed umiliato di dover sopportare la dipendenza d'un popolo che giudicava inferiore, per meriti militari e civili, ai suoi compatriotti; ridotti in schiavit? da trattati diplomatici, non contratti da essi anzi contrari alla loro volont?, e pur troppo tollerati, con colpevole indifferenza ed inerzia nei momenti decisivi.

L'antica repubblica veneta degenerata nel lungo ozio e nella vita molle e gaudente, aveva lasciato i caratteri fiacchi, e dopo le rapide prove dei vari governi succeduti al suo dominio, i nobili e i preti preferivano l'Austria: il grosso della popolazione restava indifferente, mancava d'educazione politica e di energia. I pochi avanzi degli eserciti napoleonici sentivano troppo tardi il dolore della patria perduta, ed il bisogno dell'indipendenza nazionale.

Il governo austriaco entrato come liberatore, si era fissato stabilmente, passando dalle promesse alle minaccie, perseguitando e condannando come un delitto di Stato l'amore di patria, ispirato dalla natura e dalla storia.

Agli ufficiali delle guerre europee, lasciati in disparte, non rimaneva altro partito che quello di consolarsi della schiavit? colla memoria dei fatti compiuti, e colla lontana speranza di ritornare in campo, a tempo propizio.

Erano rari superstiti di grandi avventure, ma bastavano a tener viva la scintilla del patriottismo, a spargere le idee, ad apparecchiare le forze necessarie a rivendicare i diritti conculcati della patria. E intanto raccontavano quella storia di rapide e meravigliose conquiste, cos? precipitosamente perdute, e ne raccoglievano le immagini con religiosa devozione.

Tutte le pareti della casa del capitano Bonifazio, erano ornate di gloriosi ricordi. Statue, busti, ritratti di Napoleone, in tutti i costumi, dal costume adamitico scolpito da Canova, fino a quello col manto e la corona; ce n'erano a piedi, a cavallo, e sul trono. Ma la preferita era la statuetta di gesso, colla semplice divisa dei cacciatori della guardia, col piccolo cappello senza galloni, cogli stivali alla scudiera, le braccia incrociate sul petto, in atto d'osservazione.

C'erano grandi e piccoli quadri delle battaglie pi? gloriose.

Montenotte, Lodi, Arcole, Rivoli, Marengo, Cairo, Austerlitz, Jena, Wagram, Moskowa.

C'era una camera coi ritratti dei generali francesi che ebbero titoli italiani. Massena duca di Rivoli, Augeran duca di Castiglione, Victor duca di Belluno, Moncey duca di Conegliano, Savary duca di Rovigo, Mortier duca di Treviso.

Pochi ritratti di generali italiani, perch? molti erano entrati nell'esercito austriaco.

In apposita stanza aveva raccolto le tremende memorie della Russia. Un quadro rappresentava l'incendio di Mosca; un altro una marcia di feriti sulla neve, inseguiti dai Cosacchi; nel terzo si vedeva la presa di Malo-Jeroslawetz eseguita dalla divisione Pino, sostenuta dai cacciatori della Guardia reale italiana. Il quarto era il passaggio della Beresina. Fra le vedute c'erano i ritratti, dei generali che pi? si distinsero in Russia, Davout, Murat, Ney, il principe Eugenio, e qualche altro.

Nelle lunghe ore delle giornate piovose, il capitano Bonifazio faceva il giro delle stanze, si arrestava davanti ai suoi quadri, riviveva in quel passato, e nelle rare volte che era costretto di recarsi a Treviso pe' suoi affari, si fermava per le strade dove passavano i soldati austriaci, e guardava con piet? quei poveri Croati negri e segaligni, e le faccie bonarie dei Boemi, e alzava le spalle pensando che Massena con 50,000 Francesi non esitava ad attaccare 80,000 Austriaci, comandati dall'arciduca Carlo, e li vinceva a Caldiero; e nutriva un fastidioso disprezzo pei suoi concittadini, che non si accorgevano nemmeno di appartenere ad una nazione eroica, nella quale gli pareva che un uomo con uno spiedo avrebbe infilzato come tanti polli quattro o cinque di quei poveri diavolacci, ma invece bastavano due uomini e un caporale per scortare a Vienna i furgoni delle svanziche, colle quali gli Italiani del regno Lombardo-Veneto pagavano all'Austria il diritto di possedere i propri campi e le case dove erano nati.

E il capitano Bonifazio tornava alla sua villa fosco annuvolato, e guai a chi gli capitava fra i piedi.

Per soddisfare, almeno in parte, a quel bisogno che sentiva di attivit? e di lavoro, vangava e potava, piantava alberi e arbusti, vigneti e frutteti, disegnava viali, sconvolgeva la terra, seminava, trapiantava e mieteva.

A poco a poco si avvide d'aver fatto un parco magnifico, troppo superiore alla sua modesta condizione, ma davanti allo stupendo spettacolo della natura, dimenticava le umane miserie. E talvolta combatteva la umiliante teorica del maestro Zecchini, per semplice impulso della propria dignit?; ma pensando al doloroso destino della patria, non poteva in tutto dar torto al suo vicino di campagna, almeno nel fondo dell'anima.

Allora diventava pi? indulgente pel povero maestro, sturava una bottiglia di vino vecchio, e lo invitava a bere alla salute della patria. Zecchini correva a chiudere l'uscio e le finestre, perch? nessuno potesse udire la loro imprudenza. Il capitano si accorgeva della paura del compagno, stralunava gli occhi, atteggiava tutti i suoi lineamenti al pi? profondo disprezzo, ritornava bisbetico e dispettoso e pensava fra s?: <> e tracannando in fretta il suo bicchiere di vino, suonava il campanello.

Poco dopo compariva Mos? per fare la solita partita a terziglio col padrone, e il vicino. Mos? fu uno degli ultimi coscritti di Napoleone, aveva servito il capitano al reggimento, e continuava a servirlo fedelmente dal tempo che deposte le armi, si erano ritirati in campagna. Era il vero amico, e il pi? fido compagno del padrone, gli faceva da segretario e da castaldo, da giardiniere e da cuoco. Passavano la sera colle carte in mano per evitare le questioni estranee al giuoco; il capitano diffidava del maestro, il maestro aveva paura del capitano; si guardavano in cagnesco, e Mos? collocato fra loro rappresentava il terreno neutro, e teneva in riguardo i due amici.... nemici.

Del resto non era possibile di indovinare il maestro Zecchini; nessuno poteva dire con certezza se fosse buono o cattivo; nessuno aveva potuto leggere nel fondo della sua anima. I furbi sono un prodotto della schiavit?. Colle autorit? superiori non mostrava che umilt? e riverenza, cogli uomini indipendenti si lasciava sfuggire delle espressioni liberali, col parroco era religioso, cogli increduli scettico, chi lo diceva sciocco e chi sapiente: il fatto sta che non aveva mai fatto male a nessuno, ed anzi in varie occasioni si era mostrato utile ai suoi scolari e ai loro parenti, col consiglio e coll'opera.

Il capitano lo trovava nullo in politica, astuto in societ?, utile in famiglia, pericoloso negli affari delicati, indispensabile per giocare alle carte; e sapeva servirsene secondo i casi, perch? egli aveva una tattica magistrale per utilizzare le varie attitudini, senza compromettersi con nessuno.

Il maestro si prestava con premura a rendergli parecchi servigi, andava a pagargli le prediali, lo rappresentava negli affari di ufficio, chiamava alla Pretura gli affittuali che non pagavano il fitto, gli faceva ottenere il passaporto quando ne aveva bisogno.

Ottenere il passaporto sotto il governo austriaco non era impresa troppo facile. Nessuno aveva il diritto di viaggiare, nemmeno all'interno dello Stato, senza che il governo ne conoscesse il motivo, e lo trovasse plausibile. Per raggiungere l'intento giovava molto la prestazione d'un amico che fosse in buona vista della polizia. In simili casi, e in varie occasioni, l'amicizia di Zecchini riusc? utilissima al capitano, il quale vivendo incognito, ed essendo rappresentato sovente da un individuo giudicato come suddito sommesso e fedele, passava presso le autorit? per uomo inoffensivo, dal quale il governo nulla aveva a temere.

E cos? il capitano Bonifazio congiurava senza pericoli, e senza suscitare il minimo sospetto faceva parte d'una vendita di carbonari. La sua corrispondenza politica non era mai affidata alla posta, e gli arrivava sempre per mezzo di amici, o di messi speciali. Nel mese di maggio del 1820 il capitano Bonifazio dovette recarsi in Polesine per intelligenze con quei Carbonari, e poi a Milano per riferire ai capi della setta lombarda. Domand? il passaporto pel regno Lombardo-Veneto col pretesto di fare un viaggio agricolo, nel quale si proponeva lo studio di alcune colture speciali, che facevano difetto nella provincia di Treviso, come quelle del canape e dei prati a marcita. Il maestro Zecchini fu chiamato alla Polizia per le necessarie informazioni. Egli assicur? il commissario che il signor Bonifazio era un appassionato agricoltore, che aveva gi? introdotto nella sua campagna delle eccellenti migliorie, e che si disponeva a fare delle altre riforme, le quali avrebbero senza dubbio aumentato il prodotto delle terre, e servito di esempio ai vicini.

Il commissario assentiva col capo, e pensava: <> Poi domandava conto del carattere, delle abitudini, delle relazioni del petente; e il maestro rispondeva:

--? un po' bisbetico, si occupa tutto il giorno della coltura dei campi, del giardino, dell'orto; vive solo con un domestico, non riceve mai nessuno, ha dell'ottimo vino, e fa un eccellente cucina; io solo come vicino di campagna ho l'onore di frequentarlo, e di profittare de' suoi cortesi inviti.

<>

--Andate pure, egli disse al maestro, non occorre altro.

Il maestro curv? la schiena, che quasi toccava col naso lo scrittoio, present? all'impiegato superiore i pi? rispettosi ossequi, usc? dalla stanza con ripetuti inchini, salut? gentilmente anche l'usciere, che aveva un'aria da sbirro, poi scese le scale lentamente, col collo torto, e un beato sorriso sulle labbra, pensando fra s? stesso: <>

Add to tbrJar First Page Next Page

 

Back to top